Lunedì 26 agosto 2002
Scolpire la cosa
Il primo incontro si propone di analizzare la questione della cosa,
la “cosa del pensiero”.
Le domande cui esso cercherà di dare una qualche risposta sono:
• qual è il vero soggetto filosofico?
• si può ancora parlare un soggetto filosofico?
• quali e quante sono le ossessioni della filosofia?
• cosa rende davvero l’atto del pensare una necessità?
• cosa significa considerare la filosofia un’interrogazione
continua sull’ente in quanto ente e sulla cosa in senso universale
– su ciò che rende ogni cosa un qualcosa?
• perché la filosofia ha sempre lavorato sull’universale?
• perché la modernità ha visto il progressivo
declino di una certa idea di filosofia come contestuale a un simmetrico
avanzamento della specializzazione scientifica? ossia, perché
è stata decretata la morte della metafisica come pretesa di
parlare dell’ente universalmente?
• può essere ancora concepito qualcosa come la “cosa”
della filosofia? Esiste qualcosa come “la cosa” del pensare?
• qual è lo scopo (o meglio, gli scopi) del domandare
filosofico? del suo scolpire? del suo definire attraverso un aggiungere
che è insieme un togliere?
• a cosa guarda sempre e ossessivamente il logos filosofico…
se a qualcosa esso ancora “guarda”?
• è la cosa a colpirci e a farci quindi parlanti (a farci
parlare di essa), oppure siamo noi a produrla come esistente al di
fuori di noi stessi?
• è la cosa un semplice fatto del linguaggio?
Martedì 27 agosto
Scoplire il luogo
Il secondo incontro sarà dedicato al tema dell’abitare
contemporaneo.
In esso ci si interrogherà su cosa significa “abitare”
in un tempo in cui sempre più ingenti flussi migratori ci costringono
a fare i conti con la necessità di ridefinire radicalmente
il senso dell’appartenenza, dei confini, della cittadinanza,
delle regole della convivenza… il senso dell’alterità,
ma anche quello dell’identità.
Le domande cui esso cercherà di dare una qualche risposta sono:
• cosa significa con-vivere quotidianamente con l’altro,
con l’estraneo, per una civiltà che ha finito troppo
spesso per dimenticare che i primi ad essere estranei nei nostri confronti
siamo appunto noi stessi?
• quale il luogo dell’umano esistere, là dove sempre
più problematico diventa il senso della supposta umanità?
• quale la funzione, la forza, il senso di quella connessione
con il sacro che sino a non moltissimo tempo fa ancora regolava e
fondava l’ethos implicato da ogni civile convivenza e quindi
il nostro originario legame con la terra, nonché con il genos
di appartenenza?
• quali i luoghi che finiamo di fatto per abitare nel tempo
della compiuta morte di Dio?
Ciò che si dovrà tentare è dunque una vera e
propria disamina del senso dello spazio, in un tempo che si sarebbe
potuto credere destinato a fare del tempo, invece, la propria questione.
D’altro canto il senso del tempo è mutato nella misura
in cui gli spazi sono diventati sempre più velocemente attraversabili;
nella misura in cui lo spazio ha cominciato a lasciarsi alle spalle
la valenza di ‘ostacolo’, di sussistenza immutabile, di
condizione imprescindibile per le eventuali forme relazionali.
Ormai gli spazi condizionano sempre meno le forme di relazione umana,
e quindi la stessa politica è stata radicalmente modificata
da tale mutamento di senso.
Lo spazio sembra assumere sempre più chiaramente i connotati
di un’entità logico-ontologica o, forse, addirittura
più frequentemente, quelli di una realtà innanzitutto
psichica.
Mercoledì 28 agosto
Scolpire l’aria
Il terzo incontro è dedicato alle straordinarie mutazioni rese
possibili dal sempre più radicale compiersi della tecnica
contemporanea. Al mutamento del senso stesso del reale –
un reale che sempre meno viene inteso come qualcosa di corposo, di
pesante, ossia come dura realtà, e sempre più esplicitamente
viene ricondotto invece a una forma d’esistenza leggera, aerea,
immateriale… che rende sempre più difficile distinguere
la realtà dalle sue immagini.
Nel tempo del dominio dell’immagine (che sembra far seguito
al dominio della scrittura), parlare di realtà pone non pochi
problemi; ché ancora troppi equivoci sono in circolazione a
proposito della supposta vera realtà. Il fatto è che
proprio il massimo artificio, ossia la tecnica, ha finito per produrre
la radicale artificialità della stessa “natura”
– ché, proprio là dove si immagina una natura
incontaminata, libera dal dominio della tecnica, si finisce per produrre
il più radicale degli artifici.
Quello costituito appunto dall’idea stessa di natura-naturale.
D’altro canto, “definire” significa ormai circoscrivere
uno spazio continuamente ridefinibile perché incessantemente
ridefinientesi; ossia, significa non potersi più fondare su
qualcosa di stabile e sicuro – non essendovi più alcuna
terra-ferma su cui procedere… ma sempre e solamente sabbie mobili,
pantano, materia informe. Gli stessi che fanno di ogni nostro supposto
gesto definitorio qualcosa di intrinsecamente paradossale. Perciò,
forse, ‘fare’ significa ormai “scolpire l’aria”.
Disegnare su una materia gassosa, liquida, scivolosa, impalpabile…
disegnarvi delle forme che sempre meno dipendono dalla sussistenza
di un supporto solido che sia davvero in grado di sorreggere la potenza
definitoria della forma stessa.
Ormai la forma sembra essersi definitivamente liberata dal suo supporto
classico: la materia. La forma sembra riuscire ad operare, a farsi
visibile, ad esistere, in senso proprio, come in una sorta di perfetta
autonomia… quasi si fosse in qualche modo realizzato il platonico
dominio dell’iperuranio eidetico.
Come viene condizionato il fare dell’uomo da un tale profondo
mutamento di scenario?